L'amore che strappa i capelli è perduto ormai
non resta che qualche svogliata carezza
e un po' di tenerezza
non resta che qualche svogliata carezza
e un po' di tenerezza
Anni fa il mio gatto non si sarebbe accoccolato sulle mie gambe, ronfando soddisfatto come un pellegrino alla fine del suo viaggio.
Anni fa l'altro mio gatto, quando giocava l'Inter, aveva un sesto senso felino che lo portava a nascondersi negli angoli più remoti di una stanza.
Aveva afferrato, suo malgrado, l'equazione Partita dell'Inter= coinquilina delirante.
E se ne teneva alla larga, dalla coinquilina e dalla partita.
Quello di adesso non distingue una partita dell'Inter da una puntata di Indagini ad alta quota o da un film in prima serata.
Nel suo modo di osservare il mondo, rappresentano semplicemente l'occasione per acciambellarsi tranquillo in grembo alla coinquilina rea di avergli rubato il posto sulla “Sua” poltrona.
I gatti sono un barometro infallibile del tifo.
La loro presenza è inversamente proporzionale al grado di passione con cui accompagno la squadra.
Ormai credo di essere in prossimità di una completa atarassia.
Ieri, al possibile rigore non fischiato su Milito, mi sono limitata ad inarcare un sopracciglio domandandomi chi avrebbe potuto tirarlo, stante l'assenza del nostro (infallibile) rigorista Taider.
Davanti ai tiri di Nagatomo, chiaramente determinato a sfigurare uno spettatore del secondo anello dietro la porta, mi son interrogata sul destino di Rachida a Masterchef, sforzandomi di non sbirciare alcun sito internet in cerca di spoiler(s).
Sulle spensierate digressioni fra linea di porta e cerchio di centrocampo di Carrizo, coadiuvato dall'allegra brigata difensiva, mi son appuntata mentalmente di provare a ripetere alla playstation la sua scivolata sull'attaccante lanciato in porta con quasi schianto finale sulla panchina. Quest'anno al PES il massaggiatore assomiglia in maniera impressionante a Fabio Testi e sto cercando da mesi il modo per falciarlo, come si faceva con il portiere in una vecchia edizione di FIFA.
Mi ripeto che è colpa del trascorrere del tempo, o forse dell'hangover post Triplete che non si decide a disperdere completamente i suoi ultimi brandelli.
Temo però non si tratti soltanto di questo.
L'Inter di questi ultimi tempi è come un guscio vuoto avvolto nei colori che mi hanno sempre fatto emozionare. Lo osservo e solo il riflesso condizionato per quell'accostamento cromatico mi risveglia appena dall'indifferenza, solo per realizzare poi che dentro di esso vaga il nulla.
Non c'è passione, nessun batticuore: è come guardare tutto dal vetro di un aeroporto, conscia di come ciò che appare sia caduco e sfuggente.
Il ridimensionamento economico, la flessione della competitività o il crollo del tasso tecnico sono fattori che non bastano a inficiare il mio attaccamento all'Inter.
Lo sono invece il reiterarsi dei medesimi errori lungo un lasso di tempo snodato oltre la soglia della tifosa sopportazione, l'immobilismo che contribuisce a spegnere l'entusiasmo dei giovani e rende gli anziani bersaglio delle prime, comprensibili, intolleranze e, su tutto, la rilevazione di una certa indifferenza “Dall'alto”, da parte di chi dovrebbe mostrarsi particolarmente interessato e, al contrario, pare abulicamente lasciarsi attraversare dal flusso degli eventi.
Inconsciamente mi raffiguro quelle coppie tali solo di nome, il cui collante è divenuto la monotonia mentre le consuetudini riproducono un baluardo all'angoscia dell'ignoto.
L'Inter è un luogo dell'anima, dove ogni sentimento converge nell'ardore.
Non voglio rischiare di scoprire che si è improvvisamente trasformata nel marito ciabattante per casa in canotta e barba di tre giorni, a cui ci si rivolge ormai con la rassegnata consapevolezza di chi non ha più voglia di mettersi in discussione.
- L'Inter & Fiver -

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